In merito al Referendum per l’Indipendenza del Veneto. Replica al Dottor Trabucco

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La dottrina dell’autodeterminazione dei popoli in Diritto Internazionale è un terreno che – nonostante sia spesso frequentato dai giuristi, sia internazionalisti che costituzionalisti – stenta a lasciarsi indagare con facilità: anche eccellenti giuristi, d’ambedue i supremi ordinamenti, perdono troppo spesso la sfida del rigore analitico assoluto in un contesto che più d’altri richiede precisione chirurgica nel particolare ed al contempo una sempre larga visione sul complesso dell’ordinamento, senza lasciarsi tentare dai sempre latenti pericoli di scivolamento sul piano politico. D’altronde, l’autodeterminazione dei popoli è un principio di genesi essenzialmente politica, poi giuridificato esattamente 70 anni fa con l’avvento del Trattato Internazionale più importante della Storia dell’Umanità: la Carta delle Nazioni Unite.

Il presente articolo è una replica a questo intervento di Daniele Trabucco (ndR)

Il Dottor Trabucco, con il suo scritto del 28 marzo u.s., conduce invece correttamente la sua analisi in molti punti. Tuttavia, è l’impianto complessivo a destare le maggiori perplessità sulla sostenibilità della sua ricostruzione: premesse errate o solo parzialmente corrette rischiano sempre di condurre ad esiti non veri, anche quando l’analisi sia stata condotta con rigore.

Anzitutto, pur concedendogli la difesa della impossibile esaustività d’un semplice articolo di giornale, appare subito evidente che il Dottor Trabucco non potrebbe con il suo scritto venire promosso a pieni voti nel test del Prof. James Crawford, illustrissimo internazionalista (1996; in tal senso anche Cassese, 1995): l’autodeterminazione dei popoli (the law of self-determination, nella dottrina anglofona) si compone di due distinti tronconi, che sono il diritto all’autodeterminazione (right to self-determination) ed il principio di autodeterminazione (principle of self-determination). Il primo è un istituto giuridico, un diritto-pretesa che solo alcuni popoli possono vantare nei confronti dell’ordinamento internazionale (è diritto almeno dal 1960); il secondo è un principio generale del diritto internazionale, applicabile a tutti i popoli indistintamente (è diritto già dal 1945, all’art. 1 (2) della Carta ONU).

Ciò che il Dottor Trabucco nomina – con imprecisione sua, pur trovandosi in ottima compagnia tra i costituzionalisti italiani – “diritto di autodeterminazione dei popoli”, è in realtà il “diritto all’autodeterminazione dei popoli” (right to self-determination). Questo diritto, di cui correttamente descrive la non applicabilità ai Veneti, è in vero un diritto-pretesa che spetta i popoli sottoposto a giogo coloniale, più generalmente sotto occupazione di forze straniere, oppure, secondo sviluppi successivi, in regime di segregazione razziale. La pretesa, che tale “right to” è posto a difendere, è garantita dall’ordinamento internazionale ai popoli qualificati da tali terribili situazioni, consiste nel diritto del popolo così oppresso di ottenere l’indipendenza dallo Stato occupante, tramite l’aiuto diretto degli organi dell’ONU: spetta all’Assemblea Generale del’ONU stabilire quali siano i popoli bisognosi di questo speciale diritto-pretesa (claim right, nella dottrina anglofona) garantito dall’ordinamento internazionale. L’Assemblea Generale ha delegato tali mansioni ad un’apposita Commissione, deputata ad assistere i popoli che si trovino in tali condizioni giuridiche: l’occorrenza di queste condizioni fa scattare lo speciale diritto all‘autodeterminazione.

Il principio di autodeterminazione dei popoli, invece, è un principio generale dell’ordinamento giuridico internazionale, e pertanto, come conferma la Corte Internazionale di Giustizia, esso è fonte del diritto ex art. 38 dello Statuto della Corte stessa. Essendo un principio generale ed irrelato a situazioni di specifico bisogno, il principio di autodeterminazione dei popoli è un principio applicabile a tutti i popoli in generale, a prescindere dall’inveramento di quelle condizioni di gravissimo disagio che conferiscono quel diritto garantito dall’ONU di conseguire l’indipendenza.

Non solo: tutta la dottrina giuridica dell’autodeterminazione dei popoli è, sempre secondo la Corte Internazionale di Giustizia, interamente parte del diritto internazionale cogente (jus cogens). Pertanto, tra le norme gerarchicamente ed assiologicamente più importanti del diritto internazionale (cioè tra le norme di diritto cogente, cui nessuna norma può mai derogare), sono contenute le manifestazioni più alte della civiltà giuridica globale: la proibizione della schiavitù, il divieto di tortura, il divieto di aggressione e l’autodeterminazione dei popoli (anche altre norme vi rientrerebbero, ma su queste si concorda estesamente).

Ha dunque perfettamente ragione il Dottor Trabucco quando afferma che ai Veneti non spetterebbe il diritto alla secessione: ai Veneti, infatti, l’ordinamento internazionale non garantisce il proprio sostegno diretto (come invece lo garantisce nel caso dei popoli in gravissimo stato di sottomissione coloniale o di occupazione militare o segregazione razziale). Tuttavia, pur non garantendo ai Veneti di conseguire certamente l’indipendenza con l’aiuto dell’ONU, ciò non significa che il diritto internazionale vieti ai Veneti (e così anche a Catalani o Scozzesi o altri volenterosi) il diritto-libertà di perseguire l’obiettivo indipendenza (liberty right, nella dottrina anglofona).

Il ricorso logico alla categoria del diritto-pretesa rispetto al diritto-libertà è dirimente: nel primo caso, l’ordinamento garantisce attivamente l’esercizio del diritto di un popolo colonizzato di conseguire l’obiettivo indipendenza; nel secondo caso, il diritto internazionale consente passivamente l’esercizio del diritto di un popolo non-colonizzato di perseguire l’obiettivo indipendenza, senza mai garantirgli che lo conseguirà, ma nemmeno negandogli di poterlo conseguire con le proprie forze.

La funzione discretiva di questa semplice categoria giuridica è nota anche alla più illustre dottrina costituzionale italiana, che nomina i diritti-libertà come diritti di prima generazione, e i diritti-pretesa come diritti di seconda generazione: non a caso, il generale diritto-libertà di autodeterminazione (1945) è effettivamente di prima generazione, giacché lo speciale diritto-pretesa all’autodeterminazione è temporalmente successivo e logicamente derivato dal primo (1960).

Ed è in realtà la stessa Corte Internazionale di Giustizia a confortare questa visione, proprio nel tanto citato e poco capito parere del 2010 sul Kosovo.

In tale parere, la Corte compie almeno tre asserzioni decisamente rilevanti: non vige in diritto internazionale alcun divieto di dichiarare l’indipendenza (par. 79 del Parere), la secessione non è in contrasto con il principio di integrità territoriale degli Stati (par. 80), ed infine che in diritto internazionale vige il principio di libertà (par. 56). In altre parole, come esattamente la Corte dice: In vero, è perfettamente possibile che un certo atto – come per esempio una dichiarazione unilaterale di indipendenza – non sia in violazione del diritto internazionale anche qualora non costituisca esercizio di un diritto da esso conferito” (par. 56 del Parere).

Tuttavia, diversamente da quanto Trabucco lascia trasparire, queste affermazioni della Corte non riguardano il solo caso Kosovo, in quanto, come si evince della struttura del parere e come sostiene la Corte stessa, queste argomentazioni derivano dal diritto internazionale generale, e non certo dalla lex specialis sul Kosovo. La dottrina Kosovo, in altre parole, costituisce un precedente giuridico, in quanto tutte le argomentazioni chiave si basano solo ed esclusivamente sul diritto internazionale generale, pattizio o consuetudinario. Della specialità del caso Kosovo è dato conto nella seconda parte del Parere, giacché la Corte, molto saggiamente, ha tenuto le argomentazioni giuridiche generali nella prima parte e relegato quelle speciali sul Kosovo nella seconda parte (paragrafi 85-121), appositamente per evitare quella indebita confusione di piani sulla quale ingiustificabilmente tacciono troppi costituzionalisti e pure alcuni internazionalisti.

L’argomentazione sul valore generale di questi asserti è tale che alcuni autori, su tutti Tancredi, si sono spinti a determinare le caratteristiche della corretta procedura di secessione unilaterale in diritto internazionale.

Riassumendo, secondo il diritto internazionale, ai Veneti spetta il diritto-libertà di tentare la via dell’autodeterminazione anche fino alla completa indipendenza, coperto dal principio di libertà in diritto internazionale, dal generale principio di autodeterminazione dei popoli ed infine dall’assenza in diritto internazionale di alcun divieto di secessione. Per converso, non spetta ai Veneti, ma solo a certi popoli in condizioni gravi, quello speciale diritto-pretesa di ottenere per certo l’aiuto dell’ONU fino al sicuro raggiungimento dell’indipendenza (lo speciale diritto all’autodeterminazione dei popoli… colonizzati).

Venendo, brevemente, alla Costituzione Italiana, l’asserita non complanarità tra l’art. 5 sull’indivisibilità della Repubblica (si badi bene: è la Repubblica ad essere indivisibile, non l’Italia o il popolo italiano) e l’art. 80 sulla ratifica dei trattati internazionali che comportino “variazioni del territorio” è tutt’altro che dimostrata dalle argomentazioni del Dottor Trabucco, in merito alle quali per il momento mi limito a far osservare che Esposito, da lui citato, rifletté sul valore dell’art. 5 Cost. in tempi ben anteriori alla recente abrogazione delle norme penali che, così dolci al boccato fascista, punivano qualunque fatto diretto a menomare l’integrità o l’unità dello Stato, residuando oggi la rilevanza penale dei soli atti che, oltre ad essere diretti ed idonei a menomare l’integrità o l’unità dello Stato, siano anche atti violenti. In altre parole, dal 2006 gli atti diretti ed idonei a menomare l’integrità o l’unità dello Stato non sono penalmente rilevanti: lo diventano solo se sono anche atti violenti. Ciò rilevato, dica il Dottor Trabucco quali specifiche norme vieterebbero a chi di votare ad un Referendum per l’Indipendenza del Veneto, oppure quali altre vieterebbero a quale rappresentante eletto di chiedere ai Veneti di esprimersi consultivamente, e soprattutto quali sarebbero le conseguenze concrete in capo a questi soggetti.

Oltretutto, rimane da contestualizzare anche il portato dell’art. 10 Cost., il quale sancisce che l’ordinamento repubblicano italiano “si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute”, tra le quali sicuramente vi sono le norme di diritto internazionale cogente, che sono valide erga omnes (CIG, 1995): l’art. 10 “costituzionalizza” in via diretta (cioè senza bisogno di strumenti interni di ratifica) tutte le norme di jus cogens internazionale, come il divieto di tortura, la proibizione della schiavitù e l’autodeterminazione dei popoli.

Ed infine, per quanto concerne il riferimento al 1866, il quale è richiamato anche in atti del Consiglio Regionale Veneto, desidero precisare che evidentemente il ricorso agli strumenti del già detto principio generale di autodeterminazione dei popoli farebbe scattare esattamente il corollario internazionale dell’uti possidetis juris, determinando l’esatto territorio odierno della Regione Veneto come “self-determination unit” (Crawford), a prescindere da considerazioni storiche di qualunque tipo: da qui il fatto che ogni riferimento alla normativa interna che preveda la dizione “popolo veneto” sia in realtà completamente irrilevante agli occhi del diritto internazionale, che si soddisfa in base al semplice predetto criterio dell’uti possidetis juris (in questo senso, anche Tancredi stesso). Tuttavia, mi piace poter aggiungere che i Veneti hanno una seconda via internazionale, che nessun altro popolo ha: il Trattato di Pace di Vienna del 1866. Infatti, il referendum territoriale tenutosi in Veneto nel 1866 per determinarne l’annessione al Regno d’Italia fu l’unico referendum tra quelli di annessione all’Italia ad essere contenuto in un Trattato internazionale ancora vigente, in base alla riserva di consultazione referendaria ivi contenuta.

Da ultimo, una postilla terminologica per il Dottor Trabucco: non v’è malintendimento nell’usare quasi intercambiabilmente i termini “indipendenza” e “secessione” in ambiente veneto. Molto semplicemente, l’indipendenza è il fine politico, la secessione il mezzo giuridico (in diritto internazionale). Ma d’altronde, quando la libertà diventa un problema da estirpare, anche la logica più pura e limpida può apparire mostruosamente capziosa.

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Comunicato stampa

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Il 22 Ottobre alle ore 9.30 presso il Monumento dedicato al Leone di San Marco in Piazza Scalcerle  di Thiene verrà collocata una corona di fiori per ricordare quanto avvenne nella medesima data di 150 anni fa, il 22 Ottobre del 1866, quando il Popolo Veneto venne chiamato a votare per il Plebiscito che portò all’annessione del Veneto al regno d’Italia dei Savoia.

Plebiscito che molti definiscono ancora oggi una truffa, che vide urne separate per il Si e per il NO, e dove il  risultato stesso, con  641.758 favorevoli e  69 contrari (pari allo 0,001%)  è una conferma dei consistenti   dubbi  sulla correttezza della votazione.

Ricordare quell’avvenimento più che una commemorazione,  è un risveglio della volontà  crescente di autogoverno e di autodeterminazione  del Popolo Veneto, che ha nell’Art. 2 dello Statuto del Veneto “ L’autogoverno del Popolo Veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizione e della sua storia”, un punto fermo della propria legislazione.

Volontà dei Veneti riaffermata con forza  nella Legge n°16/2014 , che seppure bloccata dalla Corte Costituzionale italiana , ha portato   il Consiglio del Veneto  ad approvare un Referendum con il seguente quesito “ Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica indipendente e sovrana?”.

Volontà che anche i cittadini di Thiene potranno esprimere nelle prossime elezioni Comunali della primavera del 2017 , sostenendo una lista elettorale che si ispira ai medesimi principi di autogoverno e di autodeterminazione del Popolo Veneto.

VENEXIT

Altovicentino

Referendum per l’Autonomia : Zaia come Pirro ?

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Conosciamo già l’atto di sottomissione  di Zaia e del Consiglio veneto alla Corte Cost. italiana che ha bocciato la legge 16/2014 sul referendum per l’Indipendenza del veneto. Neanche una parola, obbedisco, obbediamo. Ora cantare vittoria su quanto viene concesso di fare a Zaia sul Referendum per l’Autonomia è come celebrare la vittoria di Pirro. Cosa resta della Legge 15/2014 che indiceva un Referendum sull’Autonomia per consultare i Veneti su 5 quesiti, che presi  nel loro complesso, sarebbero stati un passo in avanti rispetto alla situazione attuale ?

I punti qualificanti erano:

– vuoi che l’80% dei tributi versati all’amministrazione centrale e a quella veneta venga utilizzato  sul territorio?

– vuoi che il gettito derivante dalle fonti di finanziamento regionale non sia soggetto a vincoli di mandato?

– vuoi che la Regione Veneto diventi a Statuto Speciale?

Tutti cancellati. Ecco cosa resta come quesito:

“ Vuoi che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”

Ovviamente  si decide a Roma cosa concedere. Come dire ad un nano che potrà crescere di un centimetro. Non è che diventi un gigante, resterà sempre un nano. Su un quesito del genere, generico e privo di contenuti reali, è come se il Generale Zaia portasse i suoi soldati ad una battaglia dove non ci sono neanche gli avversari da sconfiggere. Stanno tutti dalla stessa parte. Infatti tutti i partiti italiani presenti nel Veneto si sono già dichiarati favorevoli. Basta dire che ad un quesito del genere vota SI  anche la Donazzan, super nazionalista italiana. Vuol proprio dire che si vota sul nulla.

A questo punto vale la pena di spendere 14 milioni di Euro per un referendum dove tutti i rappresentanti presenti nel Consiglio reg. Veneto hanno già detto si? Il Referendum acquista valore di mandato a trattare con il potere centrale solo se Zaia chiarisse con gli elettori veneti quali sono i punti inderogabili per considerare attribuite al Veneto “ ulteriori forme e condizioni particolare di Autonomia” . Senza un documento, un contratto sottoscritto con i Veneti, che dica chiaramente su cosa il Pres. Zaia si impegna ad ottenere in modo inderogabile  con il  SI  al Referendum il voto non ha senso.

SUL DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE I VENETI NON POSSONO ACCETTARE VETI DALLO STATO ITALIANO

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L’approvazione del Presidente Zaia  e del Consiglio del Veneto  della Legge n° 16/2014 sul referendum per l’Indipendenza del Veneto è stato un traguardo che conserva nel tempo  tutta  la sua importanza,  perché il massimo organo di rappresentanza del Popolo Veneto ha sancito la volontà di fare proprio il principio di Autodeterminazione dei Popoli.

Sappiamo che la legge sul Referendum veneto non è stata applicata perché il ricorso del Governo Renzi  ha sollecitato la Corte Costituzionale italiana ad emettere la sentenza n° 118/2015 che impediva il regolare svolgimento della Consultazione.

Comportamento dello stato italiano  prevedibile, ma che non può essere accettato

da chi fa del Diritto di Voto per l’Autodeterminazione del Popolo veneto il prioritario  fine politico.

Possiamo fare un parallelo tra la Catalunya e il Veneto:

Entrambi i Consigli rappresentativi del Popolo Catalano e Veneto hanno approvato una legge per consultare i propri elettori sull’Indipendenza dai relativi stati di attuale appartenenza

La Corte di Giustizia spagnola e la Corte Costituzionale italiana intervengono su impulso dei relativi governi per impedire lo svolgimento dei Referendum.

Successivamente le azioni politiche  dei due popoli divergono completamente.

Il Consiglio della Catalunya indice un referendum autogestito in cui   oltre due milioni di elettori catalani si recano a votare, manifestando che  la volontà del Consiglio della Catalunya sul diritto di Voto per l’Autodeterminazione non è  soggetta alle restrizioni  imposte dallo   Stato spagonlo.

Dopo questa dimostrazione di forza dell’Indipendentismo catalano, il Presidente Artur Mas scioglie il Consiglio ed indice nuove elezioni dando vita ad una alleanza di forze indipendentiste denominata “ Junts per il Si”  che  vince le elezioni portando l’indipendentismo al Governo della Catalunya e aprendo un confronto con le forze tradizionali del  Parlamento spagnolo sul percorso dell’Indipendenza dei Catalani.

Nel Veneto nulla di tutto questo. Il Presidente Zaia , dopo avere approvato una legge per il Referendum sull’Indipendenza del Veneto dallo Stato italiano, ritorna alla  posizione autonomista, da vita  nelle elezioni venete, alla tradizionale alleanza di centrodestra  con Forza Italia e Fratelli d’Italia, vince le elezioni e tutto si ferma.

Indipendentismo veneto compreso.

Ma se questo può essere non giustificabile, ma  comprensibile per un insieme di consiglieri  veneti appartenenti sostanzialmente tutti a partiti italiani, (perché tale va definita oggi anche la Lega di Salvini),   non può essere accettato da movimenti indipendentisti che fanno  del diritto di voto per l’Autodeterminazione dei popoli il fine fondante del proprio impegno.

DA DOVE RIPARTIRE?

Dal principio che una Legge approvata dal Consiglio del Veneto che indice un Referendum  sul Diritto  di Autodeterminazione del Popolo Veneto va applicata indipendentemente dal parere positivo o negativo della Corte Cost. italiana.

L’Indipendentismo veneto non ha la consistenza organizzativa per gestire e portare in un solo giorno centinaia di migliaia di Veneti a votare un referendum autogestito, come sono riusciti ad organizzare i partiti indipendentisti catalani.

Può invece con centinaia di gazebo che si protraggono nel tempo, dare la possibilità ai Veneti di votare per il Referendum indetto  dal Presidente Zaia e dal Consiglio veneto con la Legge n° 16/2014, che nessuna delibera dell’attuale Consiglio del Veneto ha modificato.

Si tratta quindi di produrre delle schede con il quesito referendario approvato dal Consiglio veneto con la legge sopra citata, che recita testualmente :

“ VUOI CHE IL VENETO DIVENTI UNA REPUBBLICA INDIPENDENTE E SOVRANA.  SI   o  NO”      e dare agli elettori veneti la possibilità  di votare.

Segue  proposta di Manifesto per i Gazebo.

VENETI   EUROPEI

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AUSTRALIA DA’ LEZIONE DI CIVILTA’ A TUTTO L’OCCIDENTE

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Ai musulmani che vogliono vivere secondo la legge della Sharia Islamica, recentemente è stato detto di lasciare l’Australia, questo allo scopo di prevenire e evitare eventuali attacchi terroristici.
Il primo ministro John Howard ha scioccato alcuni musulmani australiani dichiarando:
GLI IMMIGRATI NON AUSTRALIANI DEVONO ADATTARSI!
“Prendere o lasciare, sono stanco che questa nazione debba preoccuparsi di sapere se offendiamo alcuni individui o la loro cultura. La nostra cultura si è sviluppata attraverso lotte, vittorie, conquiste portate avanti da milioni di uomini e donne che hanno ricercato la libertà.
La nostra lingua ufficiale è l’INGLESE, non lo spagnolo, il libanese, l’arabo, il cinese, il giapponese, o qualsiasi altra lingua. Di conseguenza, se desiderate far parte della nostra società, imparatene la lingua!
La maggior parte degli Australiani crede in Dio. Non si tratta di obbligo di cristianesimo, d’influenza della destra o di pressione politica, ma è un fatto, perché degli uomini e delle donne hanno fondato questa nazione su dei principi cristiani e questo è ufficialmente insegnato. E’ quindi appropriato che questo si veda sui muri delle nostre scuole. Se Dio vi offende, vi suggerisco allora di prendere in considerazione un’altre parte del mondo come vostro paese di accoglienza, perché Dio fa parte delle nostra cultura. Noi accetteremo le vostre credenze senza fare domande. Tutto ciò che vi domandiamo è di accettare le nostre, e di vivere in armonia pacificamente con noi.
Questo è il NOSTRO PAESE; la NOSTRA TERRA e il NOSTRO STILE DI VITA. E vi offriamo la possibilità di approfittare di tutto questo. Ma se non fate altro che lamentarvi, prendervela con la nostra bandiera, il nostro impegno, le nostre credenze cristiane o il nostro stile di vita, allora vi incoraggio fortemente ad approfittare di un’altra grande libertà australiana: IL DIRITTO AD ANDARVENE. Se non siete felici qui, allora PARTITE. Non vi abbiamo forzati a venire qui, siete voi che avete chiesto di essere qui. Allora rispettate il paese che Vi ha accettati”.

L’IDEA EUROPEA DELL’AUTONOMIA

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Il caso Catalogna e il Veneto

Domenica i catalani voteranno per il parlamento regionale, ma in realtà le elezioni saranno un pre-referendum per l’indipendenza. Le aspirazioni autonomiste di scozia, Catalogna, Veneto e altre regioni sono altro aspetto della trasformazione in corso nell’Unione Europea. Il denominatore comune dei movimenti autonomisti è la contestazione nei rispettivi stati nazionali che ha luogo proprio mentre questi stanno rinegoziando il loro rapporto con una UE che ne limita progressivamente i poteri. Allo stesso tempo , quasi paradossalmente, gli autonomisti raccolgono un dissenso contro l’Europa che si esprime in due modi: più spesso invocando l’abbandono; talora richiedendo una profonda riforma sulla quale però non esistono ancora idee chiare e tantomeno progetti. I movimenti autonomisti sono penalizzati dalla mancanza di una cultura e un linguaggio politici in grado di svincolarsi dall’idea di Stato nazionale ottocentesco che sta rapidamente invecchiando. L’attuale organizzazione geopolitica è inadeguata a gestire sia i problemi sovranazionali sia a creare un’identificazione significativa tra cittadinanza e territorio a livello locale. A causa di questa debolezza culturale l’autonomismo odierno spesso si risolve in scompaginate istanze demagogiche da cui non sono immuni né la Catalogna né la Scozia, e il Veneto ne dà un esempio probante. L’assenza di un progetto solido e inquadrato nella geopolitica europea e globale è la migliore garanzia dello status quo. Le classi dirigenti nazionali conservatrici lo capirono immediatamente quando, nei primi anni ottanta, in Italia riprese vigore l’opzione federalista. I conservatori cercarono con successo di ostacolare chi proponeva una riflessione solida perché, se è vero che senza gambe le idee non camminano, senza idee le gambe non sanno dove andare! Gli intellettuali che negli anni ottanta s’erano interessati alle rigenerate prospettive federaliste, vennero facilmente tacitati. Non elaborarono più idee innovative e pochi ebbero il coraggio di agire politicamente. Eppure qualcosa si stava muovendo: nel 1984 , per esempio, l’editore Einaudi aveva iniziato una raccolta di volumi sulla storia delle Regioni che riecheggiava un’operazione politica ispirata di federalismo. Il volume sul Veneto , curato dallo storico Lanaro, fu il primo a essere pubblicato. L’iniziativa suscitò vivaci polemiche e un dibattito colto. Negli stessi anni, Miglio in Lombardia e Cacciari in Veneto tentarono, in diverso modo, di dare dignità politica e culturale alla questione settentrionale e al federalismo che intendevano promuovere nel contesto europeo. Ma queste figure indipendenti e di spicco dell’intellighenzia europea, furono neutralizzate. I leader leghisti, con l’aiuto dei conservatori di destra e sinistra trasformarono la riflessione federalista in mero populismo con il risultato di svuotarla di significato e di impedirne la realizzazione. Oggi, con qualche eccezione, tra gli autonomisti veneti prevale un provincialismo anti europeo e anti Euro. Invece una vera autonomia di alcune regioni europee, incluso il Veneto, avrebbe la possibilità di attuarsi nel contesto di una riforma delle istituzioni e dell’economia europee. In Europa regna la confusione o per dirla con Gramsci: “il vecchio mondo sta morendo e il nuovo tarda a comparire: in questo chiaroscuro nascono i mostri.

Articolo dell’editorialista Corrado Poli

corradopoli.net

NON CONDIVIDO L’ALZABANDIERA

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Leggo che al plesso Stefanini di Mestre l’anno scolastico si apre in cortile con alzabandiera ed inno nazionale e vedo la relativa foto. Mio padre mi racconta quando Figli della Lupa e Balilla facevano altrettanto al sabato Fascista o ad ogni altra celebrazione di regime ed, effettivamente, una breve scorsa alle fotografie d’epoca svela inquietanti analogie. Reputo l’irreggimentazione ed il lavaggio cerebrale di bambini e ragazzini insopportabile in ogni regime , soprattutto in una sedicente democrazia. E lo trovo vieppiù odioso qui, nel mio Veneto, colonizzato da un’Italia che dopo averlo annesso con il raggiro, dissanguato in guerre disastrose, con condanna a morte della meglio gioventù al grido “Savoia”, vi drena oggi 21 miliardi di residuo fiscale all’anno, che se rimanessero sul territorio muterebbero la vita e le aspettative di nuove e vecchie generazioni, e soffoca sistematicamente qualsiasi anelito di autodeterminazione; un’Italia che con arroganza ignora, nega, quando non irride, una storia ultra millenaria, di una grandezza tale che il solo confronto appare imbarazzante. E i Veneti che , in gregge, si radunano in queste improvvisate caricature di piazza d’armi sono vittime della sindrome di Stoccolma. Usque tandem?             Renzo Fogliata

Un sentito ringraziamento all’avvocato Renzo Fogliata dell’articolo.