Salviamo il Veneto barbaro dal dissesto dello Stato italiano

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sanmarcoC’è una regola non scritta, ma da sempre praticata: gli artisti, siano essi scrittori, attori, scultori, pittori, architetti, musicisti o appartenenti a qualsiasi altra arte, si cercano, si scelgono, si frequentano con un obiettivo comune. Tutti vogliono stare con i migliori. C’è da guadagnarci anche solo per osmosi. E i migliori si guardano bene dal frequentare chi non è all’altezza. Una riprova la si trova in alcuni film o spettacoli od opere d’arte. La qualità degli autori è garanzia di qualità dell’opera. Del resto era consuetudine nel Cinquecento mandare “a bottega” i propri figli da maestri d’arte qualora si ritenesse essi potessero meglio sviluppare le loro doti. Questo accadde a Leonardo da Vinci che andò “a bottega” dal Verocchio, a Michelangelo che andò dal Ghirlandaio, a Giotto che iniziò a lavorare da Cimabue, solo per fare qualche nome.

In politica le cose vanno al contrario. Sembra ci sia una scelta a ricercare e ad affiancarsi ai più… disinvolti. E qui, s’intende, usiamo un eufemismo. Naturalmente i bricconi sono sempre esistiti, ma almeno grosso modo sino allo scoppio della I G.M. un largo strato della popolazione favorito dalla sorte, dall’intelligenza delle relazioni sociali giuste, dalle situazioni politiche e anche dalle istituzioni, sapeva di essere privilegiato. Di qui anche le preoccupazioni per le buone opere e l’impegno religioso forte e diffuso, tradottisi spesso (per nostra fortuna) in committenze artistiche e architettoniche e che si accentuavano in occasioni varie o almeno in articulo mortis, quando il sacerdote faceva ricordare gli affari non propriamente pulitissimi che si erano fatti qua e là e quindi le «restituzioni» che era bene assicurare pro remedio animae. Ma questo oramai non esiste quasi più. L’edonismo impera. I  testamenti dei possidenti non estendono più lasciti anche estremamente dettagliati: per non dimenticare proprio nessuno, enti e persone che possano essere in qualche modo utili in quella che è stata, un tempo, argutamente chiamata la contabilità dell’aldilà.

Constatiamo, invece, che le cose insensate non cambiano mai, gli amministratori e i burocrati incompetenti rimangono sempre al loro posto, a dispetto di tutto e di tutti. Fungibili a qualsiasi disegno perché, in realtà, non c’è nessun disegno. Anzi è proprio l’assenza di qualsiasi disegno a legittimarli. La gestione del contingente, il piccolo interesse quotidiano, la sapiente organizzazione della comunicazione “acquistata” a spese del contribuente attraverso il finanziamento pubblico e spacciata per libertà di stampa. L’omologazione del pensiero in slogan: sono queste le caratteristiche che consentono la perpetuazione di quella parte di classe dirigente che vive di inutili gestioni pubbliche. Quel che conta non è il fine ma il mezzo: la gestione pubblica è il mezzo per garantire i privilegi. Abbiamo allora uno Stato onnivoro, inefficiente, tracotante ed invasivo che è quello di cui costoro hanno bisogno per diffondere i loro slogan spesso permeati di un moralismo di maniera. L’esempio ridicolo, se non addirittura ingiurioso lo abbiamo con il Capo del Governo: Enrico Letta, che ricicla le dichiarazioni di 6 mesi fa in occasione del decreto del fare, ed afferma d’aver cominciato a ridurre le tasse senza  essere smentito. Tsz!

Se l’Italia è uno Stato onnivoro, inefficiente, tracotante ed invasivo, permeato di un moralismo di maniera; limitiamo lo sguardo al Veneto, Massimo Malvestio ci ha scritto una serie di articoli su giornali a stampa ed on line, alcuni dei quali poi raccolti in un interessante libro dal titolo: “MALA GESTIO: perché i veneti stanno tornando poveri”. L’osservazione è limitata al Veneto, dicevamo, ma è il paradigma dell’Italia unita. Il politico di oggi deve spendere, ci siano i soldi o non ci siano. Se lascerà debiti fuori bilancio poco importa, ci penseranno i successori i quali non avranno difficoltà a trovare il modo di rifilare a chi viene dopo il vecchio ed un nuovo buco.

Il Veneto però è altro: l’organizzazione spontanea delle comunità, il pluralismo delle istituzioni e non solo nelle istituzioni, la coesione e la omogeneità sociale ricercate come vera condivisione di valori e di fini, il rispetto della legge. L’apertura al mondo e alla diversità attraverso le imprese, il lavoro, la ricerca e la formazione, e quindi un confronto competitivo dove non si può barare hanno fatto del Veneto una regione ricca per meriti propri. Dati identitari forti che trovano la loro antitesi nella cultura del debito pubblico, della spesa irresponsabile e del dissesto equo e solidale che invece hanno caratterizzato negli ultimi trent’anni lo Stato nazionale e i suoi Profeti locali. Salviamo il Veneto Barbaro di Goffredo Parise da chi vuole portarlo nella morta gora del conformismo ipocrita e degli imbrogli a fin di bene. Opportuno, quindi, quanto messo in atto dal “Movimento” 9/12” nel contestare gli attuali rappresentanti.

Fatti che erano sotto gli occhi di tutti e dai quali sono derivati danni erariali enormi, sono stati spacciati per grandi disegni di sviluppo del territorio. Patacche che anche in Veneto sono state distribuite in abbondanza, il più delle volte accompagnate da spesse nuvole di incenso. Sarebbe stato bello poter dire che quella dissipazione, se non poteva essere evitata, almeno fosse stata il frutto di scelte consapevoli e trasparenti delle comunità che quei tesori hanno perduto. Ma questo è il frutto della “rappresentanza” smerciata per democrazia. Il Veneto, per esempio, ha perso nel giro di pochi anni tutte le sue maggiori banche che non fossero banche popolari ed oltre alle banche alla fine ha perso anche i soldi. Ma il tutto è avvenuto senza un dibattito ed anche chi ha distrutto i risparmi di generazioni è ancora al suo posto.

Se per anni è stato inquietante il silenzio e l’indifferenza rispetto a queste tematiche, oggi è forse ancor più allarmante la qualità della reazione. In Veneto si contano più partiti indipendentisti i cui aderenti si contano sulle dita delle mani, tanto i loro dirigenti si sono dedicati all’ostracismo degli avversari interni ed esterni o di chi ritenuto tale. Ci sono poi varie altre entità politiche (tutte peraltro dedite alla delegittimazione reciproca) che avanzano proposte di nuovi assetti istituzionali fantasiose o poco convincenti o inadeguate; ai più comunque sconosciute. E la riprova la danno gli innumerevoli veneti che sventolano, convinti, il tricolore che tanti mali ha cagionato loro.

Un capitolo a parte sono le persone in buona fede convinte che basti resuscitare l’antica Serenissima Repubblica di Venezia, ignorando che essa fu un organismo oligarchico. Dove sono oggi i Nobilhomi e/o i ricchi mercanti che ne sostenevano le spese? Come e con quale mezzo, oggi, verrebbero identificati e selezionati i loro moderni epigoni? Non lo sappiamo. Questi inguaribili sognatori pensano di reggere l’agognata indipendenza con la restaurazione Sic et simpliciter del diritto veneto su cui si basava. Domanda: avremo dunque? Testuale: “L’imbarco forzato sulle galere […]; essa prescriveva la generale commutazione delle pene “corporali” (mutilanti, detentive, bando) con questo nuovo tipo di punizione, purché per un periodo non inferiore a 18 mesi. Si inaugurava così una normativa che incrementava i poteri equitativo-discrezionali del giudice poiché era rimesso al suo giudizio tradurre le punizioni previste dalle leggi precedenti in determinati periodi di imbarco forzato; frequenti richiami contenuti nelle leggi stabilivano la durata minima di imbarco al di sotto della quale non si poteva ricorrere a questa pena”.

Oppure ancora, testuale: “La tortura era concepita non come una pena, ma come un atto istruttorio che incontrava seri limiti sia nelle leggi, sia nella pratica; […] l’esecuzione dei tormenti [non era consentita. Ndr] al di fuori dei seguenti limiti: 1. – il reo doveva apparire come l’autore del reato; 2. – il reato non doveva essere punibile con la sola pena pecuniaria; 3. – gli indizi a carico dovevano essere gravi (prova semiplena) e non in concorrenza con elementi che lo scagionassero, oppure che lo incriminassero manifestamente (nel qual caso si doveva senz’altro emettere la condanna, a meno che non occorresse accertare eventuali complicità). Garanzia essenziale per chi avesse fatto dichiarazioni sotto tortura era l’istituto della ratificatione: nelle 24 ore successive alla loro verbalizzazione sotto tortura, il reo doveva essere posto in isolamento, quindi fatto comparire in giudizio per confermare o smentire i costituti che venivano letti in aula. Se ritrattava, poteva essere torturato per altre tre volte, […] La tortura era praticata secondo precise modalità: in un giorno si poteva eseguire 1 collegio di corda, oppure 1 prova del fuoco. Il primo si componeva di una cavalletta (il reo era appeso per le mani legate dietro la schiena, poi fatto cadere da altezza d’uomo), e di due squassi (si interrompeva la corsa della corda poco prima di toccare terra, producendo uno strattone), mentre una prova del fuoco consisteva nell’avvicinare i piedi dell’uomo ad una fonte di calore per un massimo di tre volte. […]”.

Una cosa è certa: il dissesto dello Stato italiano si è costruito in anni, passo dopo passo, di spreco in spreco, di favore in favore, ma soprattutto attraverso il patto tacito per cui la mistificazione altrui deve essere accettata perché possa essere accettata la propria. Il silenzio connivente, teso a garantire quello altrui sul proprio piccolo traffico è ciò che ha affondato un Paese. Gli evasori sono l’altra categoria infetta e pronta a subire la gogna. Processi mediatici seguono ad accertamenti spesso approssimativi. L’esempio sarebbe assai più utile della gogna, ma gli esempi latitano. Nessuno dice che quel che si recupera dall’evasione fiscale in Veneto, ogni anno, è all’incirca quel che si paga annualmente in Calabria per debito fuori bilancio – e quindi parimenti fuori legge – del sistema sanitario di quella regione.

Analisi semplici ed immediatamente comprensibili, meglio se urlate ed accompagnate da strutture verbali vagamente intimidatorie, raccolgono effimeri consensi, ma non paiono quello sviluppo delle coscienze che servirebbe per uscire davvero dalla crisi che, evidentemente, non è solo finanziaria. La certezza del diritto è ormai un valore desueto, giacché l’azione di garanzia dello Stato sembra riservata a chi ne è degno sulla base di imperscrutabili parametri e così anche quell’ultima parte del patrimonio pubblico che è data dalla reputazione viene sacrificata.

Sembra non esserci, in Veneto, una reputazione all’altezza di mettere intorno ad un tavolo di discussione (chiamatelo costituente, rifondativo, riedificativo o altro, poco importa) tutte queste “anime dannate” che si a gitano intorno all’ideale indipendentista del Veneto. Si fanno grandi riferimenti agli scozzesi o ai catalani, ignorando più o meno volutamente che almeno i primi hanno esposto e discutono quotidianamente il loro disegno d’indipendenza. In altri termini, gli scozzesi, il prossimo 18 settembre, sapranno per cosa votare. Sapranno quale Stato otterranno e come verrà governato se voteranno . I Veneti, se e quando andranno a votare per un referendum consultivo (con voto digitale o meno, non fa differenza) lo faranno per questa o quell’indicazione di uno pseudo leader, ma non per quale tipo di nuova entità statale o patto sociale o foedus, potranno scegliere. E questo, secondo noi, non è un limite, è un vero e proprio handicap.

Il contenuto di questo articolo di ENZO TRENTIN, pubblicato da lindipendenza.com del 03 Gennaio 2014 che ringraziamo.

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